Quando l'ignoranza giova.


Buonasera cari lettori,
chiedo venia per la mia assenza in questi giorni e per la mancata pubblicazione dell’articolo che avevo preannunciato. I motivi di fondo a queste mie mancanze si biforcano: da un lato non nascondo di essermi lasciato trasportare dal clima festivo della Pasqua con pranzi e cene ricche di vivande; dall'altro ho ritenuto necessario dedicare all'argomento di cui volevo parlarvi un maggiore approfondimento, per potarvi una spiegazione chiara e concisa dei concetti contenuti al suo interno. Oggi, inoltre, sono qui per rendervi partecipi di una riflessione che mi è sorta mentre ero focalizzato sulla lettura di un passo di Nicola Cusano, filosofo del XV secolo e autore dell’opera De docta ignorantia, in cui emerge un concetto molto caro anche al pensiero socratico. Il passo cui mi riferisco è il seguente:
“Una congrua adeguazione del noto all'ignoto eccede la ragione umana, sì che a Socrate parve di non sapere altro che di non sapere…. E altri disse che ascosa è la sapienza agli occhi di tutti i viventi. Se dunque tante difficoltà si oppongono al nostro desiderio di sapere, quanto allo sforzo del pipistrello di vedere il sole, è chiaro che, perché non può essere vano il desiderio di sapere insito in noi, ciò che noi desideriamo sapere è di non sapere. E se potremo pienamente raggiunger questo scopo, conquisteremo una <<dotta ignoranza>>…. Tanto più uno sarà dotto, quanto più saprà di essere ignorante.”
Questa citazione, così come l’intera opera cui appartiene, si inserisce, secondo la visione del Cusano, in un contesto esclusivamente religioso in cui il sapere di non sapere è l’unico modo attraverso cui l’uomo può pensare Dio. Quest’ultimo, indefinibile e infinito, non può infatti essere raggiunto dall'uomo, creatura finita. Ma prendendo coscienza di questa sua insipienza l’essere umano può comunque impegnarsi per approssimarsi quanto più possibile a Dio, trasformando la sua ignoranza in dotta ignoranza. Questo è il punto focale della riflessione dell’autore.
Io ritengo però che essa possa essere applicata anche con riferimento a un modello di pensiero un po' più laico e distante dalla realtà religiosa. In particolare, gli esseri umani sono creature dotate di un intelletto che tende sempre a evolversi con il tempo, altrimenti non sarebbe possibile spiegare le trasformazioni del nostro vivere quotidiano rispetto ai tempi remoti. Siamo, in un certo qual modo, figli dell’evoluzione. Tuttavia quest’ultima sopraggiunge soprattutto quando prendiamo coscienza dei nostri limiti strutturali e mentali. È in questo modo che riusciamo a migliorare noi stessi, perché solo comprendendo l’ostacolo che ci si pone innanzi, capendo la nostra ignoranza, il nostro intelletto si ingegna e ci permette di progredire.
In definitiva, voglio avvalermi della definizione di Nicola Cusano per esprimere un concetto cardine sulla natura dell’essere umano. La dotta ignoranza di cui si è parlato è l’incentivo, il propulsore, che permette alla nostra mente di avanzare sempre di più e questo avviene perché l’essere umano non sa e non vuole accontentarsi, con tutte le conseguenze negative e positive che ciò comporta.
Spero che le mie parole vi abbiano fatto riflettere e sono curioso di ascoltare la vostra opinione. Vi ricordo che potete scrivermi i vostri pensieri e le vostre domande sulla mia mail thoughtsroom97@gmail.com .
Vi auguro una buona serata, a presto!


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